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Non sono mai stata puntuale, e chi mi conosce lo sa fin troppo bene! Provo in tutti i modi a impormi di rispettare le scadenze, eppure nessun metodo ha ancora funzionato: che sia studiare, o avere un appuntamento con qualcuno, o fare un regalo di compleanno, io sarò sempre in ritardo. Svegliarmi alle cinque di mattina per ingurgitarmi un capitolo di storia, arrivare a scuola cinque minuti dopo il suono della campanella, dimenticarmi di rispondere a un messaggio, sono componenti costanti della mia vita. Ho bisogno di fare le cose quando le “sento”, e senza questa libertà mi sento soffocata. So che è chiedere troppo: chi non vorrebbe avere tutto il giorno a propria disposizione e trascurare tutti i doveri, come fossero un optional? Ma se nei confronti dei doveri riesco a cavarmela, scampandomela per il rotolo della cuffia ogni volta, la mia forza di volontà non si aziona per tutto il resto. E cosa c’è nel resto? Parecchie cose. Le uscite con le amiche, i miei innumerevoli hobbies, la mia camera da riordinare, fissare un appuntamento dall’estetista… l’elenco non finisce più. E’ che sono sempre molto brava a immaginare quanto sarebbe bello fare una determinata cosa, ma poi nel momento di metterla in pratica mi perdo nel mondo dell’ozio. E così è per questo blog: non è che me lo scordi sempre, è solo che nel frattempo sono impegnata in qualche altro proposito (che la maggior parte delle volte non rispetto), o semplicemente non ho voglia di dedicarmici in quel momento. Quindi ecco spiegato perché sono passati mesi (due? tre?) da quando avrei dovuto rispondere al tag di Una contraddizione ambulante  , e – come di consueto – non l’ho ancora fatto!

Ecco le regole:

  1. Elencare 4 buoni propositi che vengono posti per le prossime settimane;
  2. Taggare 6 blogger;
  3. Tra qualche settimana, pubblicare un post per raccontare se si sono mantenuti i buoni propositi che si erano prefissati;
  4. Mettere un link all’autrice (Leela TestProdotti) e utilizzare la stessa immagine che si trova in questo articolo. 

Ed ecco i miei buoni propositi:

  1. Scrivere di più sul blog. Come potevo trascurare questo proposito? Considerata la mia lunga assenza autunnale, prometto solennemente di scrivere almeno altri due post nelle prossime settimane. Magari togliamo quel “solennemente”, che sento troppo il peso della responsabilità 😀
  2. Fare più sport. Troppo scontato come proposito, lo so. Eppure è da settembre che mi riprometto di muovermi un po’ di più, e ancora aspetto il giorno in cui mi deciderò. Mi basta anche solo qualche camminata, se proprio devo iniziare. Una camminata di mezz’ora, con l’aiuto di un paio di auricolari, non dovrebbe essere troppo difficile da  mettere in atto. O forse sì?
  3. Comprarmi qualcosa da mettermi. Sì, perché quest anno è andato peggio degli altri: ho già parlato del mio odio verso lo shopping (per chi fosse interessato a conoscerlo, eccolo qui), dunque non vi sarà difficile immaginare il mio guardaroba a stecchetto che prega di essere integrato con altri capi vestiari. Ho deciso che qualunque cosa mi piaccia la prenderò, in barba alle commesse e ai miei complessi (e alla mia pigrizia, lei sì che si abbina con tutto).
  4. Essere più socievole. Ora, io non sono semplicemente la tipa timida che ha paura di dire le cose sbagliate al momento sbagliato o che si sente disorientata davanti agli estranei. O meglio, non sono solo quello. E’ come se avessi un interruttore interno che decide in tutta libertà se un giorno mi va o meno di interagire con gli altri. A volte succede che rimanga spento, e magari mi ritrovo a scuola con la testa tra le nuvole, senza che mi venga in mente qualcosa da dire. E’ come se nella mia testa ci fosse il vuoto, e parlo solo ogni tanto – per non dare l’impressione di essere diventata muta – o se mi rivolgono direttamente una domanda. Mi chiamano asociale, ma non credo di esserlo, visto che a volte sono particolarmente loquace. Quindi, prometto che aumenteranno i miei momenti di loquacità.

Che io rispetti questa lista è roba dell’altro mondo, ma è già un primo passo averla stilata. D’altronde chi, come me, è amico della dea Pigrizia, sa benissimo di avere un’ unica certezza: di essere puntualmente in ritardo. E forse è l’unica certezza che, anche crollasse, ben venga! Ora però dovrei scappare, perché ho un appuntamento con la filosofia, e per una volta vorrei rispettarlo 😀 Non prima però, di aver fatto le mie nomine:

Almeno tu

niente panico

MrsBean73

pensieriallabenedict

progettofelice

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Baby Genio

Qualche tempo fa, a fronte delle incessanti richieste di mia sorella, alias Piccola Pulce (Pulcina per la mamma) ho deciso di accontentarla e di leggerle un libro. So che, in qualità di sorella maggiore, dovrei essere sempre carina e disponibile e bla bla bla. Ma chi lo è sempre? Dunque posso quantomeno congratularmi con me stessa per questo piccolo passo avanti. 😀 Non è che a me non piaccia giocare con i bambini, tutt’altro. Con i bambini sono me stessa: non c’è bisogno di fingere alcunché, perché loro credono che tu sia sempre un passo avanti a loro, e si fidano delle risposte che dai.  Puoi permetterti di fare cose da bambini, perché è necessario che tu scenda (o salga?) al loro stesso livello. Nel peggiore dei casi ti guarderanno male, con gli occhi spalancati e la testa all’insù, a scrutarti  incuriositi. E questo non perché ti giudichino – quella è la modalità degli adulti – ma semplicemente perché non hanno capito un emerito fico secco di quello che hai detto.

Tornando alla mia lettura, il libro che ho scelto per Piccola Pulce (perché è così gentile che mi fa decidere tra quelli che prende in biblioteca, la peste) è Baby Genio, di Simon James. Premetto che io adoro i libri per bambini; ma questo è stato davvero adorabile! E’ la storia di un bambino la cui mamma, sin da quando è nel pancione, fa ascoltare musica con le cuffie, nonché il telegiornale, e legge libri. Risultato? Nasce un piccolo genio, che sin da subito aiuta i genitori nelle loro mansioni e decide di andare a scuola, laureandosi infine in medicina e diventando un affermatissimo dottore! Tutto questo in pochi mesi di vita, al culmine dei quali è invitato a partecipare a una missione spaziale. Così Baby Genio, dopo un fine settimana di allenamento, è pronto per la sua passeggiata spaziale. Tutto sembra andare per il meglio, quando a un certo punto il piccolo si accorge di essere solo nella vastità dello spazio…

Baby Genio guardò in su, verso la vastità del cielo stellato che stava sopra di lui. Poi guardò in giù, verso la vastità del cielo stellato che stava sotto di lui. Infine guardò il mondo intero che gli si apriva davanti agli occhi e bofonchiò qualcosa di incomprensibile. “Non riusciamo a sentirla bene” lo informarono via radio dalla base. “Può ripetere, per favore?”

Baby Genio

Al di là dell’ironia che pervade il libro, e dei disegni, sempre molto simpatici, ho avuto l’impressione che Baby Genio non fosse destinato solo ai bambini, ma anche (o soprattutto) ai loro genitori. Oggi assistiamo spesso a situazioni che hanno per protagonisti mamme e papà intenti a trovare a tutti i costi il fantomatico talento dei loro figli. Ce ne accorgiamo quando guardiamo la televisione, o un video su Youtube, o semplicemente nella vita di tutti i giorni. Sono genitori che vogliono riflettere le loro ambizioni represse sui figli. Ma questo è il vostro sogno cari genitori, non il suo. Un bambino, vero o presunto genio che sia, rimane comunque un bambino. E anche laddove dimostri grandi capacità, queste vanno certo incrementate, ma sempre tenendo conto delle sue volontà.

Morale della favola? Il nostro Baby Genio torna ad essere come tutti gli altri suoi coetanei, accudito e coccolato dalla mamma e dal papà. L’unico svago che si concede…. aiutare i medici nel fine settimana!

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Alba e tramonto di un’estate

Maggio

Siamo arrivate in spiaggia scendendo per sentieri impervi, col sole cocente che ci martellava e i piedi scalzi che scalpitavano nonostante il duro della roccia. Abbiamo lasciato le scarpe e fatto i risvolti ai jeans, per abbandonarci a una corsa senza fine verso l’acqua. Ci siamo messe a ridere: così fanno i bambini davanti al mare. Rincorrevamo, non so se la risacca o le nostre ombre traballanti sulla sabbia. Dov’era il cellulare? Non lo so, non c’erano tasche nei miei pantaloni. Isolate dal mondo, l’acqua faceva da specchio alle nostre paure, il vento se le portava via negli anfratti delle rocce.  Ci siamo allontanate cantando, la strada sterrata era deserta e i campi distendevano il verde. Solo qualche trattore nei paraggi. Da una casetta suonava un violino, dei cavalli ci osservavano dal recinto, un cuore intagliato sul tronco di un albero ci sorrideva. Eravamo belle.

Agosto

Il vento ha smesso di infuriare e la notte ci copre di freddo. Si sente musica provenire da lontano: Enrique Iglesias ci raggiunge col suo tormentone.  Ci accucciamo nei nostri sacchi a pelo e volgiamo gli occhi alla volta nera; mi sento come dentro una di quelle palle di vetro con neve. Qui però piovono stelle, e ogni tanto intravediamo il puntino di qualche aereo che fa slalom tra le nuvole. Non avevo mai visto una stelle cadente, o forse farei meglio a dire che non ho mai avuto la pazienza di coglierne una nel momento del trapasso. La bellezza comporta attesa. E ora non faccio in tempo a voltarmi per guardarne una che un’altra mi sfreccia accanto fulminea.  Dal nulla, esplodono fuochi d’artificio, e tutto si fa luce. Dappertutto è festa, ma la più grande è nel mio cuore. Così dormo.

Cosa diventeranno queste estati, con i loro impalpabili mutamenti? Non lo so: però siamo insieme. Ogni inverno raggomitoliamo le nostre paure, e le dischiudiamo al sorgere del sole.

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L’anti – shopping

Io e lo shopping non siamo mai andati d’accordo, devo farmene una ragione. Perché sono l’anti – shopping in persona. Dopo svariati giri per negozi mi assale la sonnolenza, i vestiti diventano pezzi di stoffa colorata tutti uguali e le commesse terribili polpi pronti ad agguantarmi. Fatta questa premessa, è ovvio che cerco di stare alla larga il più possibile dai negozi. Dico il più possibile perché ci sono volte in cui, contro la mia volontà, vengo trascinata al patibolo. Ci provano le amiche, ogni volta che andiamo (o meglio, che le accompagno!) a fare shopping, ma senza successo. Ci prova la Sorella, senza troppa convinzione, peraltro. La lista sembrerebbe interminabile, e invece termina qui, perché in verità c’è un soldato che riesce nell’ardua missione: la Madre.

Soldato Madre avanza proposte di acquisti in particolari periodi dell’anno, suddivisibili in: cambio di stagione (assolutamente il peggiore), occasioni varie, ingresso a scuola. Sia chiaro, non è che le piaccia sorbirsi sua figlia e le sue lamentele nei centri commerciali, è solo che si rende conto della situazione disperata del mio guardaroba! Una tipica “proposta di shopping”, inizia più o meno così : “Il tale giorno alla tale ora siamo stati invitati al tale posto, con cosa hai intenzione di andarci?” ; oppure: ” Sta per iniziare la scuola, dovresti comprarti qualcosa adesso perché dopo dovrai studiare e non avrai più tempo”. Le mie risposte, chissà perché, non la soddisfano mai, e io mi ritrovo catapultata nel mondo dei negozi nel giro di qualche giorno (o, se è fortunata, di qualche ora).

La stessa solfa si è ripetuta ieri, mentre eravamo alla ricerca di un vestito (la categoria di abbigliamento assolutamente più temibile). Lo scenario è questo: io, Madre e Sorella in un negozio. Madre e Sorella che rovistano tra gli scaffali, io che mi distraggo (solo per un secondo, lo giuro) e fisso interessata il volto di una modella che ricopre un’intera parete del locale. Mi sto giusto chiedendo di che nazionalità possa essere, con quegli occhi a mandorla e la carnagione scura, quando Sorella mi guarda esasperata chiedendo collaborazione nella ricerca. Ah, già, il vestito. Mi riprometto di prendere più seriamente la faccenda, e cerco di imitare le altre donne: do un’occhiata agli abiti, qualche volta ne fisso uno un po’ più a lungo, mentre ne accarezzo il tessuto, o faccio qualche smorfia, come se stessi valutando l’ipotesi di misurarlo. Al termine del consueto giro tra gli scaffali, non c’è una cosa che mi abbia colpito (e ti pareva!); al che avviso la Madre che sono pronta ad andarmene. Aspetto un suo commento esasperato, ma proprio in quel momento una voce familiare giunge alle mie orecchie : “Posso darvi una mano?”. NO. La commessa no! Non ho assolutamente bisogno del tuo aiuto, sono un caso disperato, fossi al posto tuo neanche mi avvicinerei per evitare uno sconvolgimento del negozio. A dirla tutta, questi abiti non sono proprio il mio genere, e non ho intenzione di rimanere qua dentro un minuto di più.

“Sì, grazie. Stavamo cercando un vestito per lei.” Madre sorride a Commessa mentre mi indica. E io devo proprio sembrare un pesce lesso, o un cane bastonato, o meglio uno in via d’estinzione desideroso di aiuti dal WWF. Inizia a mostrarmi una serie di vestiti improponibili, e io li approvo tutti, ben interpretando la parte della ragazza media presa dagli acquisti. Decido di misurarne anche uno che  avevo criticato giusto un paio di minuti prima con Sorella, la quale – giustamente – mi guarda basita appena la commessa si volta. E così passo una mezz’ora infernale, a soffrire il caldo dentro un camerino e a scartare i capi uno dopo l’altro. Non so perché mi comporto così, so già che uscirò di lì a mani vuote, farei meglio a rinunciare a tutto e andarmene. Eppure provo una sorta di (perfida, lo riconosco) soddisfazione nel vedere l’esasperazione di Madre e l’imbarazzo di Commessa. La verità è che non ho assolutamente voglia di fingere, e sorridere, e giustificare il mio comportamento: così mi diverto a recitare questa commedia, di cui ne sono fautrice e allo stesso tempo vittima. La monotonia viene spezzata da un piccolo incidente di percorso: io che non riesco a infilarmi un vestito (dopo scopriremo che la povera Commessa ha sbagliato taglia, forse per lo stress accumulato!), Commessa che arriva pronta ad aiutarmi, io che propongo di infilarlo dalla testa, lei che mi guarda divertita come se le avessi chiesto di scalare l’Everest in costume da bagno. 

Alla fine, sono tornata a casa con un paio di shorts. Sì, lo so, non erano in programma, dovevo comprare il vestito. Ma sembra che la parola vestito io non la voglia proprio imparare, mi entra ed esce dalla testa, e sono più le volte in cui ne è fuori. In compenso, io e Sorella abbiamo riso a crepapelle tutta la sera delle mie figuracce. E io ho promesso solennemente di rivalutare lo shopping. Che io tenga fede alla promessa, però, è tutto da vedere!

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Uno o due braccia

Non avevo mai pensato a quanto fosse spontaneo, persino scontato, il movimento del nostro corpo. Al modo in cui portiamo un piede avanti all’altro per camminare, o accavalliamo le gambe e nel mentre con un braccio scriviamo e con l’altro reggiamo la testa; e in questa posizione, apparentemente immobile, i nostri muscoli sono ancora al lavoro e si contraggono per mantenere il precario equilibrio. Mi ha stupito in particolare la coordinazione che c’è tra le due braccia o le mani: noi non ce ne accorgiamo, ma in ogni nostra azione abbiamo appreso, da quando eravamo bambini, a usare l’uno o l’altro arto. Questo ci consente di essere più veloci, e anche più efficienti in quello che facciamo. Così, mentre con una mano stringiamo la maniglia della porta, con l’altra giriamo la chiave; quando abbiamo sete, con una mano teniamo ferma la bottiglia, con l’altra giriamo il tappo.

Non avevo mai pensato a tutto questo fino a ieri sera. Fino a quando non sono andata in palestra a vedere una partita di pallavolo, e ho notato che a una giocatrice mancava un braccio. Oltre a chiedermi – come tutti farebbero, d’altronde – come potesse svolgere le mansioni di tutti i giorni, mi sono sorpresa a pensare al modo in cui quel braccio mancante spezzasse l’armonia del suo corpo. “Forse è per questo” – mi son detta – “che ci colpisce così tanto. Perché siamo abituati alla simmetria, alla coordinazione, e associamo questi aspetti alla bellezza. E laddove essi non sono presenti percepiamo quel senso di incompletezza, quell’imperfezione di troppo che ci lascia spiazzati per un attimo.” Se ci fai caso, però, comprendi che non è così difficile trovare l’armonia in un corpo senza un braccio. Io l’ho colta a poco a poco, mentre osservavo la giocatrice numero 12 muoversi in campo.

Aveva una bella battuta: il modo in cui colpiva la palla era deciso, la sua traiettoria era diretta, sembrava che dalla sua mano partisse un razzo. E per lo sforzo credevi che avrebbe perso l’equilibrio, o che almeno avrebbe oltrepassato la linea di fondo campo; e invece dopo il salto tornava perfettamente in piedi e si preparava all’attacco avversario.  Mi sono accorta di quanto sia difficile riuscire a mandare in modo preciso la palla col pugno: basta colpirla con un’angolazione della mano leggermente sbagliata, ed ecco che l’hai già persa, e le tue compagne di squadra non riescono a salvarla. Per questi piccoli errori si sentiva in colpa: e a ogni palla che non riusciva a prendere abbassava la testa, rimproverando se stessa. Era quella che si concentrava più di tutte le altre, forse perché uno sbaglio per lei significava ricordarsi di ciò che le mancava. A volte quando riceveva una schiacciata cadeva a terra per l’impatto, probabilmente per l’improvvisa mancanza di equilibrio, tanto che a un certo punto l’allenatrice dell’altra squadra ha chiesto all’attaccante di non puntare più verso di lei. Io ho capito il suo punto di vista, ma mi sono anche immedesimata nella giocatrice numero 12: se io fossi stata al suo posto, non avrei voluto così. Notavo la sua voglia di giocare, la paura del fallimento mista alla soddisfazione di mandare il pallone nella direzione giusta. Se aveva deciso di far parte di quella squadra, se voleva essere una pallavolista, allora accettava anche le conseguenze del non avere un braccio. Lei era parte della squadra, lei giocava nel ruolo di opposto, lei era lì perché voleva dimostrare – a se stessa e agli altri – che un braccio o due non fanno la differenza. In fondo non bisognerebbe neanche stupirsi davanti a queste cose, eppure lo facciamo ogni giorno – io in primis. Anche essere miopi è un deficit, se vogliamo dirla tutta; ma sembra che a nessuno faccia tanto scalpore vedere una persona con gli occhiali, forse perché è una patologia che si risolve facilmente e che accomuna un po’ tutti. Ma potremmo anche immaginare che esistano esseri con quattro braccia: ci sentiremmo meno efficienti solo perché ne abbiamo due? D’altronde ci sono parecchie cose che non possiamo fare senza l’aiuto di altre persone: chissà quante volte avremo detto “non ho mica mille braccia!”. Possiamo pensare lo stesso di quella giocatrice, e constatare semplicemente che lei è così, senza troppi giri di parole. Dovremmo abituarci, come hanno fatto le sue compagne di squadra, che tranquillamente la abbracciavano, o le sistemavano la fascia attorno al braccio, o l’aiutavano a togliersi la giacca. Sarebbe bello parlare di una o due braccia come si dice che abbiamo la pelle scura o chiara, i capelli biondi o castani.

La squadra della giocatrice numero 12 ha perso la partita. Lei si è messa a piangere, mentre il resto delle ragazze la circondava per consolarla. Valentina, la tua squadra ha perso, non tu. Anzi, se devo essere sincera, tu eri l’elemento unificante di un gruppo che sembrava disunito, la dimostrazione che a volte lo sport abbatte le differenze, laddove la vita quotidiana le evidenzia. “E’ bello vedere queste cose”, ha detto la mia amica mentre osservava la giocatrice numero 12. “Già,” – ho pensato io – “è proprio bello”. E le ho sorriso.

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Mi chiedo

Ho gli occhi fissi sul libro, ma non vedo che segni e ghirigori e macchie nere, e non mi impegno a svolgere l’intricata matassa e trovare parole. Leggiamo la stessa solfa da un’ora: a volte cambia il lettore, ma non la cantilenante nenia, che nulla ha di poetico e troppo di soporifero. Si fa per dire che leggiamo: c’è chi, come me, decide di fissare le pagine e perdersi nei vuoti tra le frasi, o nell’immagine di una molecola di CO2, o ancora negli intagli sul banco. E’ dolce questo vuoto, questo sentirsi soli, mentre le voci si inseguono e tu non presti loro attenzione perché sono solo rumore. E il rumore non è suono. C’è chi non si sforza nel mascherare la noia: penne volanti, risate sommesse, facce che sprofondano tra le braccia, rigorosamente conserte, sul banco. Questa calma rumorosa viene interrotta da una spiegazione, un piccolo appunto sulla frase del libro che non è troppo chiara, un colpo sulla cattedra. A volte ascolto quello che ha da dire; poco, in realtà, c’è il libro che parla al suo posto. Ogni tanto si interrompe per sgridare, o guardare fuori dalla finestra e commentare qualcosa che le cattura l’attenzione. Oggi deve finire il capitolo, perché vuole andare avanti col programma. Così magari ha la coscienza pulita.

Farei più domande, se si sforzasse in una risposta, se solo le si illuminassero gli occhi. Io li ho già spenti, riposo la mente per quando dovrò rileggermi quelle pagine attentamente, a casa, nella mia stanza, a cercare di mettere passione là dove c’è monotonia. Vorrei che chiudesse il libro, e fosse il nostro libro; vorrei che la smettesse di gironzolare per la classe come una gallina nell’aia, a becchettare qua e là; vorrei che distogliesse lo sguardo da quella finestra e che non bevesse continuamente da quella bottiglia d’acqua e che non si sistemasse sempre i capelli e che non compilasse il registro mentre leggiamo. Vorrei che fosse una sola, e invece sono tante. E che non si chiamasse insegnante.

Mi chiedo, e non so cosa. Forse cosa significhi scuola.

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Dei miei sedici anni

Cosa sono sedici anni?

Sedici anni sono il tempo in cui può crescere un albero, sedici sono gli anni che possono servire per realizzare un progetto, per trovare il successo o per osservare i pezzi della propria vita lentamente sgretolarsi dopo aver lottato incessantemente nel cercare di incastrarli. Un gatto può vivere sedici anni. Anche un cane potrebbe. In sedici anni si può guarire da una brutta malattia, e sempre in sedici anni una malattia può degenerare. Tante persone sedici anni fa sono morte, e da sedici anni i loro cari non smettono di ricordarle ogni giorno. Tante persone sedici anni fa sono nate, e io sono una di quelle.

A qualcuno sedici anni possono sembrare pochi, ad altri un periodo estremamente lungo. Per me sono semplicemente la mia vita: una vita fragile, piccola, a tratti insignificante, che sta imparando a districarsi tra gli adulti e vorrebbe cercare di trovare una voce in capitolo nel loro mondo, ma ancora non può. Perché non può? Non può perché non ne sa ancora abbastanza del loro mondo. Mi piace questa via di mezzo, nonostante a volte non capisco da che parte stare: se in quella dei piccoli, o in quella dei grandi.

Siamo piccoli per guidare la macchina, per vivere da soli, per prenderci cura di un bambino, per lavorare, per prendere decisioni importanti.

Siamo grandi perché dobbiamo prenderci le nostre responsabilità, perché possiamo uscire di casa da soli, fare acquisti, provare le prime esperienze d’amore, perché ormai abbiamo il corpo di un adulto, anche se a volte vorremmo tornare indietro, e a volte fare un salto in avanti.

Ma c’è una cosa che tutti danno per scontato e che non rientra nei piccoli, e neppure nei grandi. Succede, così, perché deve accadere: ed è la scelta di cosa fare della propria vita. Quando sei piccolo non ci pensi, e se lo fai la maggior parte delle volte citi i soliti mestieri. Quale bambino non ha mai voluto diventare calciatore, pompiere, astronauta? Quale bambina non ha mai voluto diventare ballerina, cantante, parrucchiera? Passano gli anni, ti concentri sulla scuola, sugli amici, sui tuoi passatempi preferiti, e i sogni d’infanzia svaniscono. I tuoi unici obbiettivi sono questi e non hai scelto tu di porteli, ma è “la cosa giusta da fare”. E’ così semplice, è così rassicurante. Hai un posto nel mondo e, ingenuamente, non ti viene in mente che il tempo della scuola non è eterno e che quel posto un giorno non sarà più disponibile, né giusto.Arriva il giorno in cui si comincia a parlare di futuro, di lavoro, di università. Arrivano le domande degli adulti sulle scelte che farai e le tue vaghe risposte. Compirai diciotto anni e sulla carta sei maggiorenne, sei entrato nel mondo degli adulti che tanto invidiavi e respingevi allo stesso tempo, ma ancora non sai chi sei.

Ora che hai la tua vita in mano, ora che nessuno sceglie per te, ora che è venuto il momento di prendere questa vita e plasmarla a modo tuo; ora che ti sembra di avere tutto la paura ti agguanta. Perché hai paura della libertà, hai paura delle responsabilità che ricadono tutte su di te, hai paura che le tue scelte siano sbagliate e che possano condizionarti per sempre. Ora non hai nessuno a cui dare le colpe: non i genitori, non gli insegnanti, non gli adulti. Ora se sbagli sei un fallito e basta.

Io ho sedici anni e non ho ancora alcuna idea in testa. Ho sedici anni e non so dove sono, chi sono, se sono qualcosa. Io ho paura, ma non riesco a dirlo a nessuno, perché ammetterlo rende la mia paura più vera e me più fragile agli occhi degli altri.

Perciò ho deciso di scrivere un blog. Una sorta di diario in cui parlare di me e delle mie impressioni . Forse non continuerò a scriverci (non so neanche di cosa scrivere!), in verità è un idea che mi è saltata fuori all’improvviso, e io come al solito le ho dato retta. Ma, come dice il proverbio, tentar non nuoce. Chissà, magari riuscirò finalmente a trovare la mia strada e, se il merito dovesse andare anche in parte a questo blog, allora ne sarà valsa la pena!

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